Benvenuti nel blog “Orizzonte Guatemala”! Siamo un gruppo di amici del Guatemala e con questo strumento di comunicazione e condivisione vogliamo contribuire a fare conoscere l’attualità di questo bellissimo paese, al quale ci legano vincoli di amicizia e di solidarietà con tanti amici guatemaltechi.


domenica 5 maggio 2013

731 - TITULAR DE HOY: GUATEMALA (1983)

La tentativa documentalista de Wahlforss se resuelve en complicidad con la mirada escrutadora de Allan Nairn (periodista) y Jean–Marie Simon (fotógrafa), quienes emprenden un peregrinaje hacia el corazón de la Guatemala profunda y lastimada de los años ochenta.
Aquí, al espectador lo asisten las premisas esclarecedoras de Noam Chomsky y la capacidad de Nairn, Simon y Wahlforss para “representar lo inhumano” sin fracturar la voluntad pasada y presente de justicia. Poco a poco se produce una conmovedora colección de imágenes sobre la edad del horror, cuyas heridas todavía sangran en el interior de nuestra conciencia colectiva. Y como telón de fondo, algunas interrogantes elementales sobre el papel del periodismo y su compromiso ético con la verdad.
A treinta años del rodaje, la descripción de la injusticia y los crímenes aberrantes de las dictaduras, adquiere la voz de una condena irrenunciable, que todavía aguarda su aplicación. Son las imágenes de un cine que trascendió la inmovilidad humana, el silencio y la mentira.

(
http://publicogt.com/2011/04/03/tres-documentales-de-mikael-wahlforss-sobre-guatemala)
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Para ver la pelìcula:
Titular de Hoy: Guatemala parte 1 - http://www.youtube.com/watch?v=3Q5xpEjP3Hc
Titular de Hoy: Guatemala parte 2 - http://www.youtube.com/watch?v=ub2W7nIN1t4
Titular de Hoy: Guatemala parte 3 - http://www.youtube.com/watch?v=7znfz6huz0Y
Titular de Hoy: Guatemala parte 4 - http://www.youtube.com/watch?v=Qi1Jk9XzU3w
Titular de Hoy: Guatemala parte 5 - http://www.youtube.com/watch?v=ODyhUo3_1vc  

venerdì 3 maggio 2013

730 - CHI SONO GLI ASSASSINI IN GUATEMALA

Rios Montt è accusato di essere l'autore intellettuale di una serie di massacri contro l'etnia ixil. Durante il processo, un testimone ha detto che furono coordinati dal maggiore Tito Arias, nome di guerra dell'oggi presidente Otto Pérez Molina.
Addio bambini. Nel corso del tempo, l'orrore causato prodotto dall'uomo ha prodotto argomenti, pratiche, storie, geografie. Inquisizione, Auschwitz, Vietnam, Ruanda. Di questi, sappiamo già. Dell'orrore si parla in questi giorni in Guatemala, dove è in corso il processo per genocidio nei confronti dell'ex dittatore José Efraín Ríos Montt. O stava, perché la pressione dei massimi strati di potere dopo un'accusa nel processo all'attuale presidente democratico, Otto Pérez Molina, si è tradotta in una sospensione provvisoria, decisa dalla Corte Costituzionale. Rios Montt è un generale ritirato che fu presidente tra marzo 1982 e agosto 1983 ed è accusato di essere autore intellettuale di una serie di massacri contro l'etnia ixil nel dipartimento del Quiché. Terra bruciata: quello fu il concetto da applicare. Con l'argomento di stroncare la guerriglia l'esercito guatemalteco fermò, torturò ed uccise circa 48.000 persone durante il mandato di questo militare che oggi ha 86 anni. In questo processo si sta cercando di provare la sua responsabilità nei crimini di 1771 maya ixiles. Il 38% era minore di 12 anni. “Addio bambini” è quello che diceva un soldato l'istante prima di gettarli nel fiume. "L'esercito afferrò alcune madri incinta, le sgozzò, aprirono loro il ventre ed estrassero il bebè", raccontò un testimone. "I lattanti e i bambini di un anno li gettarono nel fiume e lì annegarono", raccontò un altro.
Quelle testimonianze compaiono in “Guatemala: memoria del silenzio”, pubblicato dalla Commissione per il Chiarimento Storico (CEH), nel febbraio 1999. Nel libro ci sono ancora molte altre voci più cariche di orrore. All'inizio di questo mese dichiararono davanti a Rios Montt e al suo ex capo di Intelligence, Mauricio Rodríguez Sánchez, l'altro accusato nel processo, una decina di donne che furono violentate da soldati ed ufficiali con una violenza e crudeltà che solo è osservabile tra gli esseri umani. Nell'uomo. “Mi portarono ad un campo circa a venti quadras dalla mia casa. I soldati che mi violentavano erano circa venti, io stavo tremando dello spavento, non ero cosciente. Mi lasciarono nuda, altre persone mi regalarono vestiti. Avevo un figlio di trenta giorni. Quando ritornai a casa mia tutto era bruciato. Bruciarono mio figlio. Era ancora un bebè, mi misi a piangere”. Un'altra vittima dichiarò in Tribunale, presieduto dalla giudice Jazmin Barrios, che una bimba di sette anni non sopravvisse alle continue violenze. L'accanimento contro gli ixil causò squartati, impiccati, mutilati, bombardamenti, fosse comuni, cremati. Terra bruciata. A tre decenni da ciò, alla ricerca ancora della giustizia, si sentono un'altra volta queste testimonianze da brivido.
Che distanza o che vicinanza, che coinvolgimento, sarà requisito per parlare, leggere, scrivere di questo genocidio? Horacio Castellanos Moya trattò ciò in “Insensatez”, una novella pubblicata nel 2004. Il suo protagonista si rimprovera di avere accettato dare l'ultima lettura, dare i ritocchi finali ad un testo di mille cento pagine elaborato dall'episcopato che cerca di recuperare la memoria delle centinaia di sopravvissuti e testimoni dei massacri. Si tratta della Relazione per il Recupero della Memoria Storica, benché lo scrittore centroamericano non lo dica esplicitamente. Due giorni dopo la sua presentazione, nell’aprile del 1998, fu assassinato il vescovo Juan Gerardi, direttore di questo progetto, chiamato “Guatemala: Mai più”. Al narratore di Insensatez, interessato piuttosto a guadagnarsi un po’ di soldi, vivere bene e conoscere qualche ragazza, a poco a poco comincia ad aver paura delle possibili rappresaglie di militari o di agenti dell’Intelligence per il suo compito. Contemporaneamente, si commuove per quello che continua a leggere, le atrocità di assassini che sono ancora liberi. Io non sono completamente sano di mente, legge, dice un indigeno. Si commuove anche per la potenza poetica di quello che legge.
Scrive Castellanos Moya: "Io non sono completamente sano di mente, mi ripetei, colpito dal grado di turbamento mentale nel quale era stato spinto quell'indigeno cachi quel, testimone dell'assassinio della sua famiglia, per il fatto che quell'indigeno fosse cosciente della ferita psichica causata dall’avere presenziato, ferito ed impotente, a come i soldati dell'esercito del suo paese tagliavano a pezzi e con indifferenza ognuno dei suoi quattro figli piccoli e subito dopo si scagliavano contro sua moglie, la povera già in stato di shock, perché era stata anche obbligata a vedere come i soldati trasformavano i suoi figlioletti in palpitanti pezzi di carne umana. Nessuno può essere sano di mente, mi dissi, cavillando, morboso, tentando di immaginare quello che aveva potuto essere il risveglio di quell'indigeno che avevano lasciato, credendolo morto, tra i pezzi di carne dei suoi figli e di sua moglie e che dopo, molti anni dopo, ebbe l'opportunità di raccontare la sua testimonianza, affinché io la leggessi e gli facessi le necessarie correzioni di stile, una testimonianza che cominciava precisamente con la frase ‘Io non sono sano di mente', che mi aveva commosso tanto, perché riassumeva nella maniera più unanime lo stato mentale in cui si trovavano le decine di migliaia di persone che avevano sofferto esperienze simili a quella raccontata dall'indigeno e riassumeva anche lo stato mentale delle migliaia di soldati e paramilitari che avevano squartato con grande piacere i propri compatrioti, benché debba riconoscere che non è la stessa cosa essere malato di mente per avere subito lo squartamento dei propri figli che per avere squartato figli altrui, come mi dissi prima di giungere alla schiacciante conclusione che era la totalità degli abitanti di quel paese che non era sana di mente, e ciò mi condusse ad una conclusione ancora peggiore, che turba maggiormente, e che solo qualcuno che fosse fuori di testa poteva essere disposto ad andare in un paese la cui popolazione era inferma di mente, per realizzare un lavoro che consisteva precisamente nella pubblicazione di un'estesa relazione di mille cento fogli, nella quale si documentavano le centinaia di massacri, prova del turbamento generalizzato".
Durante il processo all'ex dittatore – che è anche chiamato “Fiumi di sangue Montt” - un testimone protetto che collaborò con l'esercito in Quiché in quegli anni, Leonardo Reyes, affermò che i massacri degli ixil furono coordinati dal maggiore Tito Arias, nome di guerra che copriva Otto Pérez Molina, attuale presidente del Guatemala. Da allora, il processo ha incominciato ad andare storto. Subito un segretario della Presidenza smentì la dichiarazione: che è stato un errore madornale che la Procura abbia permesso al testimone di riferirsi a persone che non sono processate. Che Pérez Molina era in quella regione in quell'epoca, ma senza violare nessun diritto umano né ordinare nessun massacro. Non è quello che pensa il giornalista Allan Nairn, che nel 1982 era nella zona del Quiché e documentò la situazione per “Titular de hoy: Guatemala”, film di Michael Whalforss disponibile in YouTube. Lì si può vedere un dialogo col maggiore Tito sulla provenienza dei mortai e le i vantaggi offerti dagli elicotteri. Davanti ai cadaveri di alcuni contadini appena giustiziati si sente la voce di un soldato: “Li portammo solamente e li lasciammo al maggiore affinché li interrogasse, ma non dissero niente al maggiore. Né con le buone né con le cattive". Può anche vedersi un giovane Pérez Molina in primo piano, vestiti mimetici e basco, leggendo "materiale sovversivo che avevano con sé le vittime”. Nairn stava andando a dichiarare nel processo, ma fino ad ora ostacoli giudiziali l'hanno ostacolato. Al ruolo di Pérez Molina nei massacri contro gli ixiles si somma un'altra imputazione, non giudicata qui: il giornalista Francisco Goldman, autore di “L'arte dell'assassinio politico: chi ammazzò il vescovo?”, sostiene e afferma che l'attuale presidente guatemalteco fu l'autore intellettuale dell’assassinio di monsignor Gerardi. 
"Quasi il 90% degli editorialisti della stampa guatemalteca nega che nel proprio paese sia stato commesso genocidio, e credono che il processo contro il generale in pensione Efraín Ríos Montt è ingiusto", segnala sul giornale El Faro lo scrittore Rodrigo Rey Rosa, in un articolo che analizza gli argomenti dei difensori dello status quo, per evidenziare errori ed ipocrisie. Essere riuscito a fare in modo che la causa per crimini contro il popolo ixil sia vista in tribunali stranieri e nazionali ha richiesto un lavoro e perseveranza enormi da parte dei sopravvissuti, ed è prova della sua forza di spirito - scrive Rey Rosa-. La fiducia che gli ixiles hanno deciso depositare nelle istituzioni democratiche di una nazione dai cui governi sono stati attaccati in forma sistematica durante la storia è degna di encomio e rivela la loro buona fede. La linea di azione pacifica e coraggiosa che hanno adottato è semplicemente esemplare." Dietro la pressione dell'opinione pubblica e l'apparizione della testimonianza contro Pérez Molina, la giudice Patricia Flores, responsabile del Tribunal de Mayor Riesgo A, ha chiesto l'annullamento del processo. La Corte Costituzionale disse alla giudice Barrios -a cui carico è il giudizio- di rimettere l'espediente alla Flores e che, dopo 48 ore, questa ultima lo inviasse un'altra volta alla Corte, per decidere la continuità o no del processo. In sintesi: è a rischio la continuità dello storico processo a Rios Montt.
Il correttore di Insensatez, il romanzo di Castellanos Moya, entra progressivamente in panico quando gli diventa chiaro che gli assassini, i torturatori, si muovono ancora da quelle parti, liberi per strada, inseriti nelle istituzioni. Nell'episcopato, dove legge i fogli che testimoniano l'orrore, incrocia una ragazza che era stata torturata con accanimento in un edificio della Polizia da un tenente, che più tardi diventerà generale e capo dell’Intelligence dell'Esercito. Immaginare che il criminale sarà informato del suo lavoro lo spaventa: lo vede in una riunione, pensa che lo stia spiando, pronto ad ucciderlo. Fugge dal Guatemala. Mentre prende una birra in un bar tedesco, tuttavia, gli ritornano alla mente come onde di sangue le frasi del genocidio: "Quanto più si ammazza, tanto più si va in alto", in relazione a certi benefici offerti a chi collabora con i massacri. Ed anche: “Tutti sappiamo chi sono gli assassini". Solo davanti al bancone, nello specchio scopre all'improvviso alcuni occhi che lo guardano. Il torturatore.
Quel personaggio che arriverà ad essere capo dell’Intelligence dell'Esercito e molto più, si chiama nel romanzo Octavio Pérez Mena. Attenzione: può suonare simile ad Otto Pérez Molina, l'attuale presidente del Guatemala. Insensatez è una finzione. E Pérez Molina è realmente il presidente del Guatemala.
Tutti sappiamo chi sono gli assassini.
Angelo Berlanga, Giornalista Página/12, Adital, 29/04/2013

729 - QUIÉNES SON LOS ASESINOS EN GUATEMALA

Ríos Montt está acusado de ser el autor intelectual de una serie de masacres contra la etnia ixil. Durante el juicio, un testigo dijo que fueron coordinadas por el mayor Tito Arias, nombre de guerra del hoy presidente Otto Pérez Molina.
Adiós niños. A lo largo del tiempo, el horror producido por el hombre ha trajinado argumentos, prácticas, historias, geografías. Inquisición, Auschwitz, Vietnam, Ruanda. Aquí, ya sabemos. Del horror se habla en estos días en Guatemala, donde está siendo juzgado por genocidio el ex dictador José Efraín Ríos Montt. O estaba, porque la presión de los máximos estratos de poder tras una acusación en el juicio al actual presidente democrático, Otto Pérez Molina, se tradujo en una suspensión provisoria dictada por la Corte Constitucional. Ríos Montt es un general retirado que fue presidente entre marzo de 1982 y agosto de 1983 y está acusado de ser autor intelectual de una serie de masacres contra la etnia ixil en el departamento de Quiché. Tierra arrasada: ése fue el concepto a aplicar. Con el argumento de liquidar a la guerrilla el ejército guatemalteco detuvo, torturó y ejecutó a unas 48.000 personas durante el mandato de este militar, que hoy tiene 86 años. En este juicio busca probarse su responsabilidad en los crímenes de 1771 mayas ixiles. El 38 por ciento era menor de 12 años. Adiós niños es lo que decía un soldado en el instante previo a tirarlos al río. "El ejército agarró a unas madres embarazadas, las degolló, les partieron el estómago y les sacaron el bebé”, relató un testigo. "A los niños de pecho y de un año los tiraron al río y allí se ahogaron”, contó otro.
Esos testimonios figuran en Guatemala: memoria del silencio, publicado por la Comisión para el Esclarecimiento Histórico, CEH, en febrero de 1999. Hay allí muchas otras voces todavía más cargadas de horror. A comienzos de este mes declararon ante Ríos Montt y su ex jefe de Inteligencia, Mauricio Rodríguez Sánchez (el otro acusado en la causa), una decena de mujeres que fueron violadas por soldados y oficiales con una violencia y crueldad sólo observable en el ser humano. En el hombre. Me llevaron a un campo como a veinte cuadras de mi casa. Los soldados que me violaron eran como veinte, yo estaba temblando del susto, no tenía conciencia. Me dejaron desnuda, otras personas me regalaron ropa. Tenía un hijo de treinta días. Cuando regresé a mi casa todo estaba quemado. Quemaron a mi hijo. Era un bebé todavía, me puse a llorar. Otra víctima declaró en el Tribunal, a cargo de la jueza Jazmín Barrios, que una nena de siete no sobrevivió a las continuas violaciones. El ensañamiento con los ixil implicó descuartizados, colgados, mutilados, bombardeos, fosas comunes, incinerados. Tierra arrasada. A tres décadas de aquello, en busca aún de justicia, palpitan otra vez estos testimonios escalofriantes.
¿Qué distancia o qué cercanía, qué involucramiento, será requisito para hablar, leer, escribir sobre este genocidio? Horacio Castellanos Moya trató esto en Insensatez, una nouvelle publicada en 2004. Su protagonista se reprocha haber aceptado darle la última leída, hacer los toques de estilo finales a un mamotreto de mil cien cuartillas elaborado por el obispado que procura recuperar la memoria de los centenares de sobrevivientes y testigos de las masacres. Se trata del Informe para la Recuperación de la Memoria Histórica, aunque el escritor centroamericano no lo explicite. Dos días después de su presentación, en abril del 1998, fue asesinado el obispo Juan Gerardi, director de este informe, llamado también Guatemala: Nunca más. Al narrador de Insensatez, interesado más bien en ganarse unos mangos, andar cómodo y conocer alguna chica, de a poco le crece el miedo a las posibles represalias de militares o de agentes de Inteligencia por su tarea. A la vez, se conmociona por lo que va leyendo, las atrocidades de asesinos que andan todavía sueltos. Yo no estoy completo de la mente, lee, dice un indígena. Se conmociona, este corrector de estilo, también por la potencia poética de lo que lee. La belleza del cómo lo requiere más que el espanto de qué.
Escribe Castellanos Moya: "Yo no estoy completo de la mente, me repetí, impactado por el grado de perturbación mental en el que había sido hundido ese indígena cachiquel testigo del asesinato de su familia, por el hecho de que ese indígena fuera consciente del quebrantamiento de su aparato psíquico a causa de haber presenciado, herido e impotente, cómo los soldados del ejército de su país despedazaban a machetazos y con sorna a cada uno de sus cuatro pequeños hijos y enseguida arremetían contra su mujer, la pobre ya en shock a causa de que también había sido obligada a presenciar cómo los soldados convertían a sus pequeños hijos en palpitantes trozos de carne humana. Nadie puede estar completo de la mente, me dije, cavilando, morboso, tratando de imaginar lo que pudo ser el despertar de ese indígena, a quien habían dejado por muerto entre los trozos de carne de sus hijos y su mujer y que luego, muchos años después, tuvo la oportunidad de contar su testimonio para que yo lo leyera y le hiciera la pertinente corrección de estilo, un testimonio que comenzaba precisamente con la frase ‘Yo no estoy completo de la mente’ que tanto me había conmocionado, porque resumía de la manera más compacta el estado mental en que se encontraban las decenas de miles de personas que habían padecido experiencias semejantes a la relatada por el indígena y también resumía el estado mental de los miles de soldados y paramilitares que habían destazado con el mayor placer a sus mal llamados compatriotas, aunque debo reconocer que no es lo mismo estar incompleto de la mente por haber sufrido el descuartizamiento de los propios hijos que por haber descuartizado hijos ajenos, tal como me dije antes de llegar a la contundente conclusión de que era la totalidad de los habitantes de ese país la que no estaba completa de la mente, lo cual me condujo a una conclusión aún peor, más perturbadora, y es que sólo alguien fuera de sus cabales podía estar dispuesto a trasladarse a un país ajeno cuya población estaba incompleta de la mente para realizar una labor que consistía precisamente en editar un extenso informe de mil cien cuartillas en el que se documentaban los centenares de masacres, evidencia de la perturbación generalizada”.
Durante el juicio al ex dictador –a quien también llaman Ríos de sangre Montt– un testigo protegido que colaboró con el ejército en Quiché en aquellos años, Leonardo Reyes, aseveró que las masacres de los ixil fueron coordinadas por el mayor Tito Arias, nombre de guerra que encubría a Otto Pérez Molina, actual presidente de Guatemala. Desde entonces, el juicio empezó a ir para atrás. Salió enseguida a desmentir la declaración un secretario de la Presidencia: que fue un error garrafal que la fiscalía haya permitido al testigo referirse a personas que no son enjuiciadas. Que Pérez Molina anduvo por esa región en esa época, pero sin violar ningún derecho humano ni mucho menos ordenar alguna masacre. No es lo que opina el periodista Allan Nairn, que en 1982 anduvo por la zona de Quiché y documentó la situación para Titular de hoy: Guatemala, film de Michael Whalforss disponible en YouTube. Ahí puede verse un diálogo con el mayor Tito sobre la procedencia de los morteros y las facilidades que prestan los helicópteros. Ante los cadáveres de unos campesinos recién ejecutados se oye la voz de un soldado: "Sólo los trajimos y se los dejamos al mayor para que los interrogara, pero al mayor no le dijeron nada. Ni por las buenas ni por las malas”. También puede verse a un joven Pérez Molina en primer plano, ropa camuflada y boina, leyendo "material subversivo” que portaban las víctimas. Nairn iba a declarar en el juicio, pero las peripecias-escollos judiciales hasta ahora lo han impedido. Al rol de Pérez Molina en las masacres contra los ixiles se suma otra imputación, no juzgada aquí: el periodista Francisco Goldman, autor de El arte del asesinato político: ¿quién mató al obispo?, sostiene y fundamenta que el actual presidente guatemalteco fue el autor intelectual del crimen de monseñor Gerardi.
"Casi el 90 por ciento de los columnistas de prensa guatemaltecos niega que en su país se haya cometido genocidio, y creen que el juicio contra el general retirado Efraín Ríos Montt es injusto”, señala en el periódico El Faro el escritor Rodrigo Rey Rosa, en un artículo que disecciona los argumentos de los defensores del statu quo para dejar en evidencia falacias e hipocresías. "Haber logrado que la causa por crímenes contra el pueblo ixil sea vista en tribunales extranjeros y nacionales ha requerido un trabajo y perseverancia enormes por parte de los sobrevivientes, y es prueba de su fortaleza de espíritu –escribe Rey Rosa–. La confianza que los ixiles han decidido depositar en las instituciones democráticas de una nación por cuyos gobiernos han sido atacados de forma sistemática a lo largo de la historia es digna de encomio y revela su buena fe. La línea de acción pacífica y valiente que han adoptado es sencillamente ejemplar.” Tras la presión de la opinión pública y la aparición del testimonio contra Pérez Molina, la jueza Patricia Flores, a cargo del Juzgado de Mayor Riesgo A, pidió la anulación del proceso. La Corte Constitucional indicó a la jueza Barrios –a cargo del juicio– que le remitiera el expediente a Flores y que, tras 48 horas, esta última lo enviara otra vez a la Corte, para decidir la continuidad o no del proceso. En síntesis: está en riesgo la continuidad del histórico juicio a Ríos Montt.
El corrector de estilo de Insensatez, la novela de Castellanos Moya, entra progresivamente en pánico cuando se le hace evidente que los asesinos, los torturadores, andan todavía por ahí, sueltos por la calle, insertos en las instituciones. En el obispado, donde lee las cuartillas que testimonian el horror, se cruza con una muchacha que había sido torturada con saña en un cuartel de policía por un teniente que con el tiempo se convertiría en general y en jefe de Inteligencia del Ejército. Imaginar que el criminal estará al tanto de su trabajo lo aterra: lo ve en una reunión social, lo intuye acechándolo, listo para ejecutarlo. Huye de Guatemala. Mientras toma una cerveza en un bar alemán, sin embargo, le vuelven como olas de sangre las frases del genocidio: "Mientras más matara, se iba más para arriba”, en relación a ciertas comodidades ofrecidas a quienes colaboraran con las matanzas. Y también: "Todos sabemos quiénes son los asesinos”. Solo ante la barra, en el espejo de pronto descubre unos ojos que lo miran. El torturador.
Ese personaje, que llegaría a ser jefe de Inteligencia del Ejército y mucho más, se llama en la novela Octavio Pérez Mena. Cuidado: puede sonar parecido a Otto Pérez Molina, el actual presidente de Guatemala. Insensatez es una ficción. Y Pérez Molina es realmente el presidente de Guatemala.
Todos sabemos quiénes son los asesinos.
Ángel Berlanga, Periodista Página/12, Adital, 29/04/2013
 

mercoledì 1 maggio 2013

728 - TERRORISMO SELETTIVO E CORREZIONE POLITICA

Se qualche merito ha l’annuncio a pagamento pubblicato alcuni giorni fa in Guatemala e che ha il titolo rivelatore di "Tradire la pace e dividere il Guatemala", è che esprime in maniera sintetica e senza giri di parole, quello che un gruppo di ex funzionari dei governi della destra neoliberale considera che deve essere il “politicamente corretto”. Mentre alcuni dei firmatari sono intellettuali membri di questa destra, il documento ha il merito di esprimere idee che pretendono di imporsi come ideologia dominante in Guatemala. Ecco le linee generali della “correzione politica” in Guatemala espresse in cinque enunciati:
1. Equiparare la pace alla rinuncia alla lotta per la memoria, la giustizia e la verità.
2. Mai usare il parola “genocidio”, benché in Guatemala ci sia stato un massacro su grande scala che costò la vita a 200.000 persone.
3. Rinunciare alla punizione ai responsabili del genocidio e delle violenze ai diritti umani, perché ciò mette in serio pericolo la pace e divide il Guatemala.
4. Ammettere che i militari genocidi rappresentano allo Stato guatemalteco.
5. Valutare il fatto che in Guatemala la violenza politica oramai non esiste.
Vediamo dunque un gruppo di burocrati ed intellettuali della destra neoliberale che ripetono argomenti della destra contro insurrezionale: l'accusa di genocidio implica il pericolo della riapparizione della violenza politica, è prodotto di una minoranza irresponsabile, questa minoranza è estranea alle vittime “delle atrocità avvenute durante il confronto interno". Benché formalmente il documento accetti il diritto delle vittime a iniziare processi giudiziali contro i responsabili di tali atrocità, in modo contraddittorio l'elemento principale dell'argomento è che farlo mette in pericolo la pace, divide il Guatemala e come hanno espresso i documenti della propaganda nera della destra contro insurrezionale, si sta provocando una nuova guerra interna. Non capisco l'indignazione dei firmatari del documento, perché un'accusa di genocidio si trasformi in un'accusa contro lo Stato. Quei militari agirono in un periodo nel quale lo Stato guatemalteco esercitò il terrorismo di Stato e compì massacri su grande scala. Nel momento attuale quei militari non dovrebbero rappresentare lo Stato come non lo fanno i delinquenti poco o molto importanti in qualunque paese.
Sorprende anche l’affermazione senza scrupolo alcuno che in Guatemala non esiste violenza politica. Basta ricordare il terrore selettivo che agenti dello Stato e sicari al servizio dei gruppi imprenditoriali nazionali e stranieri hanno diretto contro gli attivisti dei diritti umani negli ultimi 12 anni. Tra gennaio 2000 e febbraio 2011, organizzazioni di diritti umani hanno registrato 2.285 aggressioni a difensori di diritti umani e sociali. Tra gennaio ed ottobre 2012 tale cifra raggiunse 254. Queste aggressioni comprendevano dagli assassini fino alle minacce telefoniche, passando per detenzioni illegali, persecuzioni, furti e violenze sessuali. Tra fine febbraio e metà aprile 2013 sono stati assassinati in maniera crudele otto attivisti sociali, l'ultimo il leader Q'anjob'al di Santa Eulalia, Huehuetenango, Daniel Pedro Mateo.
Durante la dittatura militare, cioè la tappa genocida dello Stato guatemalteco, il terrore selettivo fu una costante. Si verificò durante le tre grandi onde di terrore degli anni 1954, 1966-1969 e 1981-1984. La democrazia neoliberale ha dato attualmente continuità al terrore selettivo. Lo Stato è complice di quel terrore selettivo sia per le omissioni che per le azioni.
La differenza rispetto alla dittatura militare, è che oggi la democrazia neoliberale conto con leader ideologici. Questi leader, in nome del “politicamente corretto”, ci chiedono obbedienza e silenzio davanti a quello che avvenne nel passato e compiacenza davanti a quello che succede nel presente.
Carlos Figueroa Ibarra, Adital, 26/04/2013
 

727 - TERRORISMO SELECTIVO Y CORRECCIÓN POLÍTICA

Si algún mérito tiene el campo pagado que se publicó hace unos días en Guatemala y que tiene el revelador título de "Traicionar la paz y dividir a Guatemala”, es que expresa de manera sintética y sin ambages, lo que un grupo de ex funcionarios de gobiernos de la derecha neoliberal considera que debe ser lo políticamente correcto. En tanto que algunos de los firmantes son intelectuales orgánicos de esta derecha, el documento tiene el mérito de expresar ideas que pretenden imponerse como ideología dominante en Guatemala. He aquí pues las líneas generales de la corrección política en Guatemala expresadas en cinco mandamientos:
1. Equiparar la paz a la renuncia a la lucha por la memoria, la justicia y la verdad.
2. Nunca usar la palabra genocidio aunque en Guatemala haya habido una matanza en gran escala que le costó la vida a 200 mil personas.
3. Renunciar al castigo a los genocidas y violadores de derechos humanos porque eso pone en serio peligro la paz y divide a Guatemala.
4. Asumir que los militares genocidas representan al Estado guatemalteco.
5. Valorar el hecho de que en Guatemala la violencia política ya no existe.
Vemos pues a un grupo de burócratas e intelectuales de la derecha neoliberal repitiendo argumentos de la derecha contrainsurgente: la acusación de genocidio implica el peligro de la reaparición de la violencia política, es producto de una minoría irresponsable, esta minoría es ajena a las víctimas de "las atrocidades ocurridas durante el enfrentamiento interno”. Aunque formalmente el documento acepta el derecho de las víctimas a enderezar procesos judiciales contra los responsables de tales atrocidades, contradictoriamente el elemento vertebral del argumento es que hacerlo pone en peligro a la paz, divide a Guatemala y como lo han expresado los volantes de propaganda negra de la derecha contrainsurgente, se está provocando una nueva guerra interna. No entiendo la indignación de los firmantes del documento porque una acusación de genocidio se convierta en una acusación contra el Estado. Esos militares actuaron en un período en el cual el Estado guatemalteco ejerció el terrorismo de estado y realizó matanzas en gran escala. En el momento actual esos militares no deberían representar al Estado como no lo hacen los delincuentes de poca o mucha monta en cualquier país.
Sorprende también la aseveración sin rubor alguno de que en Guatemala no existe violencia política. Basta recordar el terror selectivo que agentes del Estado y sicarios al servicio de grupos empresariales nacionales y extranjeros han dirigido contra los activistas y derechos humanos en los últimos 12 años. Organizaciones de derechos humanos registraron entre enero de 2000 y febrero de 2011 2,285 agresiones a defensores de derechos humanos y sociales. Entre enero y octubre de 2012 tal cifra alcanzó 254. Estas agresiones comprendían desde asesinatos hasta amenazas telefónicas pasando por detenciones ilegales, persecuciones, robos y violaciones sexuales. Entre fines de febrero y mediados de abril de 2013 fueron asesinados de manera cruel ocho luchadores sociales, el último de ellos el líder Q’anjob’al de Santa Eulalia (Huehuetenango) Daniel Pedro Mateo.
Durante la dictadura militar, es decir la etapa genocida del Estado guatemalteco, el terror selectivo fue una constante. Se combinó con las tres grandes olas de terror masivo de 1954, 1966-1969 y 1981-1984. En la actualidad la democracia neoliberal crecientemente le ha dado continuidad al terror selectivo. El Estado es cómplice de ese terror selectivo por omisión o por comisión.
La diferencia con respecto a la dictadura militar, es que hoy la democracia neoliberal cuenta con adalides ideológicos. Estos adalides en nombre de lo políticamente correcto nos demandan obediencia y silencio ante lo que sucedió en el pasado y complacencia ante lo que sucede en el presente.
Carlos Figueroa Ibarra, Adital, 26/04/2013

lunedì 29 aprile 2013

726 - GUATEMALA, LISTA DI MORTE PER I SACERDOTI CHE CHIEDONO VERITA'

Come sempre, nei momenti chiave della vita, monsignor Juan José Gerardi, non aveva una penna. «Fui io a prestargli la biro con cui annotò alcune frasi che avrebbe pronunciato nella presentazione», racconta il sacerdote José Luis Colmenares. Era il 24 aprile 1998 e il vescovo di Città del Guatemala si accingeva a rendere pubblico “Guatemala Nunca Más” (Guetamala mai più), il rapporto-verità sui 36 anni di guerra civile in cui furono massacrate 200mila persone. Il testo documentava nel dettaglio oltre 55mila episodi di violenza commesse per la maggior parte dall’esercito o dai gruppi paramilitari a questo vicini. La prova della fondatezza di quella denuncia arrivò 54 ore dopo: nella notte tra il 26 e il 27 aprile il cadavere martoriato di Juan Gerardi fu ritrovato nel ga rage della sua parrocchia.
Gli stessi resti che, quindici anni dopo, nella notte tra venerdì e sabato, sono stati trasportati a spalla dalla cripta – dove erano stati sepolti – nella Plaza de la Constitución e da lì nel cuore della cattedrale guatemalteca. Riposeranno nella cappella di San Sebastián insieme a quelli dell’arcivescovo Próspero Penados, amico di Gerardi e, come lui, storico difensore dei diritti umani, morto nel 2005. Ad accompagnare la processione c’erano migliaia di guatemaltechi. Cattolici ma anche di altre confessioni o non credenti, per cui monsignor Gerardi continua ad essere una luce di speranza. Ora come e, forse, più di 15 anni fa, il Guatemala è immerso nelle tenebre dell’impunità e dell’intolleranza. Non solo i mandanti dell’assassinio del vescovo sono liberi. Impuniti sono pure la gran maggioranza dei crimini del conflitto. Il tentativo di process are l’ex dittatore Efraím Ríos Montt per il genocidio di migliaia di indigeni è stato bloccato dalla magistratura. Che, proprio in prossimità della sentenza, ha annullato il giudizio: un nuovo procedimento comincerà in autunno. In teoria. Perché in pratica i settori vicini all’ex generale e ai suoi gerarchi stanno realizzando una violenta campagna per impedire che sia finalmente fatta giustizia.
Con denunce inventate e minacce contro chi difende i diritti umani. In primis quei sacerdoti che continuano l’azione di monsignor Gerardi. Vari documenti d’accusa, con nomi e fotografie di questi preti, vescovi, religiosi scomodi, e delle organizzazioni che hanno creato, vengono diffusi in Rete e per le strade del Paese. L’ultimo caso sono i due inquietanti rapporti di una non meglio precisata “Fondazione anti-terrorismo”. In cui vari religiosi e associazioni cattoliche sono indicati come «fomentatori d’odio» e «nemici del Paese». Naturale che gli attivisti siano preoccupati. In tanti ricordano che elenchi analoghi venivano diffuse ai tempi della guerra civile insieme allo slogan «sii patriota, uccidi un prete». Anche stavolta alle intimidazioni si accompagnano le violenze: tra febbraio e aprile sono stati massacrati otto leader comunitari, le aggressioni sono oltre 300.
«Assistiamo a un costante mancanza di rispetto verso la vita umana», ha denunciato in un comunicato la Conferenza episcopale guatemalteca letto al termine della Messa per monsignor Gerardi. A celebrare la funzione è stato l’arcivescovo Oscar Julio Vian. Che ha definito il vescovo assassinato un «martire della pace». Un esempio per il Guatemala attuale. In cui continua ad echeggiare il suo grido: «Nunca Más» (Mai più).
Lucia Capuzzi
Fonte:
http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/guatemala-chiesa-nel-mirino.aspx

domenica 21 aprile 2013

725 - SETTORI SOCIALI SI CONFRONTANO IN OCCASIONE DEL PROCESSO

Il processo contro i generali in pensione José Efrain Rios Montt, ex capo di Stato, José Mauricio Rodríguez Sánchez, ex capo dei servizi segreti (G-2), accusati di genocidio e delitti contro l'umanità, ha generato un conflitto tra settori sociali per mezzo di articoli a pagamento.
La Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala (CICIG), la Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la violenza sessuale nei conflitti, Zainab Hawa Bangura, e l'Alto Rappresentante dell'UE per gli Affari esteri, Catherine Ashton, hanno reso nota la loro posizioni nel dibattito.
La CICIG "ha osservato da lontano i procedimenti contro Rios Montt, che è accusato del crimine di genocidio. Se il reato è stato commesso o non commesso, se l'imputato è colpevole o innocente, sono decisioni la cui competenza esclusiva è del tribunale che sta valutando il caso. I giudici devono decidere liberi da ogni minaccia, perché l'indipendenza della magistratura è un diritto umano, in questo caso dell'imputato e delle vittime che portano le loro pretese di giustizia davanti ai tribunali."
Inoltre, la Commissione "chiede moderazione. Il processo dovrebbe procedere senza interferenze che limitano l'indipendenza dei giudici, e sarà verificato a posteriori i se ci sono stati errori giudiziari di sostanza o di forma, se si assolve o si condanna, che le parti possono impugnare la decisione e impugnarla dinanzi a giurisdizioni superiori come stabilisce la legge. "
Ashton ha dichiarato: "Il giudizio attuale per importanti violazioni dei diritti umani commesse durante la guerra civile in Guatemala sta volgendo al termine. La conclusione di questo processo dovrebbe essere un passo importante per guarire le ferite del passato ".
Di fronte
Nei giorni scorsi è apparso un annuncio a pagamento, firmato da persone che hanno partecipato ai negoziati per la firma degli accordi di pace, dal titolo "Tradire la pace e dividere il Guatemala”. Il testo afferma: "L'accusa di genocidio contro gli ufficiali dell'esercito del Guatemala è un'accusa non solo contro quegli ufficiali o contro l'esercito, ma contro lo Stato del Guatemala nel suo complesso che, se provato, implica gravi pericoli per la il nostro Paese, compreso un peggioramento della polarizzazione sociale e politica che danneggerà la pace finora raggiunta. (...) Si tratta di una montatura legale che non coincide con il desiderio dei parenti delle vittime, di onorare i loro cari, di celebrare il lutto e ottenere giustizia ".
Sottolinea: "Dobbiamo capire che la vera pace è possibile solo se si basa su verità, giustizia e riparazione, e questo è ciò che conduce alla riconciliazione, altrimenti diventa una farsa, al servizio di chi vuole mantenere la negazione e l'impunità del passato ".
Il concetto di genocidio
L'articolo 376 del Codice Penale afferma che commette il reato di genocidio chi, con l'intento di distruggere, in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico o religioso, uccide, ferisce, sottomette, allontana dal proprio territorio o sterilizza i loro membri.
I comunicati
Le organizzazioni internazionali si sono pronunciate ieri per quanto riguarda il processo per genocidio in corso nel paese contro i generali José Efraín Ríos Montt e Jose Mauricio Rodriguez.
La CICIG inviata alla moderazione
La Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala (CICIG) è preoccupata per la comparsa di diversi annunci a pagamento, supplementi e dichiarazioni, al fine di influenzare la decisione per ottenere l'assoluzione.
Ritiene che l’annuncio a pagamento firmato "da figure che hanno issato la bandiera dei diritti umani e godevano la fiducia della comunità internazionale ... rappresenta una minaccia ingiustificata contro il tribunale".
L’Onu chiede protezione
La rappresentante speciale per la violenza sessuale nei conflitti invita le autorità a garantire un giusto processo e la protezione di vittime, testimoni, difensori dei diritti umani e funzionari del sistema giudiziario.
Afferma che "l'azione legale contro l'ex capo di stato, per genocidio e crimini contro l'umanità, darà speranza alle migliaia di vittime che hanno sofferto durante il conflitto lungo 36 anni".
Unione Europea: guarire le ferite
L'Alto rappresentante dell'Unione europea per gli Affari esteri ha affermato che "il processo attuale per le violazioni dei diritti umani commesse durante la guerra civile in Guatemala sta volgendo al termine. La conclusione di questo procedimento dovrebbe essere un passo importante per guarire le ferite del passato". Essa rileva che "il giudizio indipendente, imparziale ed equo è la pietra angolare di qualsiasi sistema di giustizia".
Claudia Acuña
Prensa Libre, 19/04/2013
 

724 - SECTORES SOCIALES ESTÁN CONFRONTADOS POR JUICIO

El juicio contra los generales retirados José Efraín Ríos Montt, ex jefe de Estado, y José Mauricio Rodríguez Sánchez, exjefe de Inteligencia (G-2), acusados de genocidio y deberes contra la humanidad, ha generado confrontación entre sectores sociales a través de campos pagados.
La Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig), la representante especial del secretario general de las Naciones Unidas sobre violencia sexual en los conflictos, Zainab Hawa Bangura, y la alta representante de la Unión Europea para Asuntos Exteriores, Catherine Ashton, fijaron sus posturas sobre el debate.
La Cicig “ha observado a la distancia el proceso contra Ríos Montt, a quien se atribuye el delito de genocidio. Si el crimen se cometió o no se cometió, si el imputado es culpable o inocente, son decisiones cuya competencia exclusiva corresponde al tribunal que conoce la causa. Deben los jueces resolver libres de cualquier amenaza, pues la independencia judicial es un derecho humano, en este caso del imputado y de quienes se sienten víctimas y llevan su pretensión de castigo ante la justicia”.
Además, la Comisión “llama a la mesura. El proceso debe avanzar sin injerencias que coarten la independencia de los jueces, y será a posteriori de verificarse errores judiciales de fondo o de forma, si se absuelve o si se condena, que las partes podrán impugnar la sentencia y objetarla ante instancias jurisdiccionales superiores como lo ordena la ley”.
Ashton manifestó: “El actual juicio respecto de abusos importantes de los derechos humanos cometidos durante la guerra civil de Guatemala está llegando a su fin. La conclusión de este juicio debe suponer un paso importante para curar las heridas del pasado”.
Enfrentados
En días anteriores apareció un campo pagado, firmado por personajes que participaron en la negociación de la firma de los acuerdos de paz, titulado “Traicionar la paz y dividir a Guatemala”. El texto señala: “La acusación de genocidio en contra de oficiales del Ejército de Guatemala constituye una acusación, no solo contra esos oficiales o contra el Ejército, sino en contra del Estado de Guatemala en su conjunto que, de consumarse, implica serios peligros para nuestro país, incluyendo una agudización de la polarización social y política que revertirá la paz hasta ahora alcanzada. (...) Es una fabricación jurídica que no corresponde con el anhelo de los deudos de las víctimas, de dignificar a sus seres queridos, de finalizar el luto inconcluso y de hacer justicia”.
En respuesta a esa declaración, un grupo de activistas y académicos publicó ayer un texto en el que cuestiona: “De qué Paz hablamos si esta se puede revertir con una legítima demanda de justicia por parte de las víctimas de violaciones a sus Derechos Humanos. Esto parece más un chantaje, pues implica que se debe forzar el silencio y la impunidad sobre las víctimas para que ‘supuestamente’ no se pueda revertir la paz y llegar a una agudización de la polarización social y política”.
Resalta: “Debemos entender que la verdadera paz solo es posible si está fundamentada en la Verdad, la Justicia y la Reparación, y esto es lo que nos lleva a la reconciliación, de lo contrario se convierte en una farsa, al servicio de quienes quieren mantener la negación y la impunidad del pasado”.
El concepto genocidio
El artículo 376 del Código Penal establece que comete delito de genocidio quien, con el propósito de destruir total o parcialmente un grupo nacional, étnico o religioso, mate, lesione, someta, desplace o esterilice a sus miembros.
Marea de comunicados
Organismos internacionales se pronunciaron ayer en relación con el juicio por genocidio que se sigue en el país en contra de los generales José Efraín Ríos Montt y José Mauricio Rodríguez.
Cicig llama a la mesura
A la Comisión Internacional contra la Impunidad en Guatemala (Cicig) le preocupa la aparición de varios campos pagados, suplementos y declaraciones, con el fin de incidir en la decisión judicial para lograr una sentencia absolutoria.
Considera que el campo pagado firmado “por figuras que enarbolaron la bandera de los derechos humanos y gozaron de la confianza de la comunidad internacional ... Es una injustificable amenaza contra el tribunal”.
ONU pide protección
La representante especial sobre la violencia sexual en los conflictos insta a las autoridades a garantizar un juicio justo y la protección de víctimas, testigos, defensores de los derechos humanos y funcionarios del Sistema Judicial.
Expresa que “las acciones judiciales contra un antiguo jefe de Estado, por genocidio y crímenes de lesa humanidad, dan esperanza a las miles de víctimas que sufrieron durante el conflicto de 36 años”.
UE: curar las heridas
La alta representante de la Unión Europea para Asuntos Exteriores declaró que “el actual juicio respecto de abusos importantes de los derechos humanos, cometidos durante la guerra civil de Guatemala, está llegando a su fin. La conclusión de este juicio debe suponer un paso importante para curar las heridas del pasado”.
Señala que “los juicios independientes, imparciales y justos constituyen la piedra angular de todo sistema de justicia”.
Por Claudia Acuña
Prensa Libre, 19/04/2013
 

sabato 20 aprile 2013

723 - MOVIMENTO DENUNCIA LEGGI CHE FAVORISCONO LE ATTIVITÀ MINERARIE ED ESIGE RISPETTO PER IL POPOLO

Durante il secondo incontro contro l'estrazione mineraria, svoltasi dal 10 al 14 aprile nella città di Aguacatán, a Huehuetenango, il movimento mesoamericano contro il modello estrattivo minerario ha presentato una analisi del modello estrattivo minerario globale e regionale e le sue conseguenze per le comunità, l'ambiente e la cultura nella regione mesoamericana. Alla riunione hanno partecipato i rappresentanti di Panama, Nicaragua, El Salvador, Honduras, Messico, Stati Uniti e Canada, e Guatemala.
Nell'analisi, i membri del movimento hanno convenuto che negli ultimi tempi c'è stata una escalation di conflitti derivanti dall'imposizione del modello estrattivo in tutta la regione, così come una maggiore consapevolezza e mobilitazione delle comunità interessate. Per loro, il termine "miniera verde, sostenibile e responsabile" è solo un discorso che cerca di mascherare e promuovere l’attività mineraria.
Le trattative tra i governi e le società multinazionali private hanno causato, secondo il movimento, la perdita di territori e risorse naturali, oltre che azioni di contrasto, la repressione e la criminalizzazione delle comunità danneggiate dallo sfruttamento minerario, privilegiando la sicurezza degli investitori, piuttosto che la protezione della vita e dei diritti umani.
In un comunicato, il movimento ha denunciato l'uso della legislazione e dei programmi di governo per attrarre investimenti stranieri, dove, le imprese minerarie inquinano l'acqua, degradano l'ambiente e favoriscono la perdita di qualità della produzione del suolo, appoggiandosi a leggi che favoriscono l'impunità di tali attività a danno della sovranità alimentare e culturale dei popoli. Essi hanno inoltre criticato la riforma delle leggi minerarie che violano il diritto internazionale, come la consultazione popolare e consenso libero e informato dei popoli.
Per il movimento, i privilegi fiscali concessi al settore minerario con riforme fiscali, alimentano la "falsa idea di sviluppo minerario" in cambio di "elemosina" chiamate "royalties", che mai rimedieranno all’impatto e ai danni causati dallo sfruttamento minerario. "In contrasto con i volumi dei cosiddetti "benefici” economici del modello estrattivo predatore oggi possiamo affermare che i costi dei danni ambientali causati dalle attività estrattive transnazionali e superano di gran lunga i cosiddetti benefici e minacciano di aumentare e di diventare irreversibili", si mette in guardia nel documento.
In questa situazione, il Movimento mesoamericano contro il modello estrattivo richiede ai governi di abolire le leggi minerarie che interessano i loro territori, il rispetto per l'autodeterminazione e la sovranità dei popoli, la non criminalizzazione della lotta per difesa della Madre Natura e la trasparente diffusione delle informazioni in materia di concessioni. Inoltre chiedono il rispetto del diritto dei popoli indigeni e delle consultazioni preventive e dei cittadini, in base alla Convenzione internazionale 169 dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL).
"Ribadiamo che nel nostro popolo ci sono modelli di vita differenti dalla logica e dagli effetti del modello minerario estrattivo predatore. Chiediamo e lottiamo per il rispetto degli stili di vita e chiediamo politiche pubbliche che rispondano, promuovano e facilitino la costruzione, l'ampliamento e il rafforzamento di quegli stili di vita legati agli interessi autentici dei nostri popoli e della natura ", conclude.
Adital, 15/04/2013

722 - MOVIMIENTO DENUNCIA LEYES QUE FAVORECEN MINERÍA Y EXIGE RESPETO A LOS PUEBLOS

Durante el segundo encuentro contra la minería, realizado del 10 al 14 de abril, en el municipio de Aguacatán, en Huehuetenango, Guatemala, el movimiento Mesoamericano contra el Modelo Extractivo Minero hizo un análisis del modelo extractivo minero global y regional y sus consecuencias para las comunidades, medio ambiente y cultura en la región de Mesoamérica. El encuentro contó con participación de representantes de Panamá, Nicaragua, El Salvador, Honduras, México, Estados Unidos y Canadá, además de Guatemala.
En el análisis, los/las integrantes del movimiento concordaron que en los últimos tiempos ha habido un agravamiento de los conflictos originados por la imposición del modelo extractivo minero en toda la región, así como una mayor concientización y movilización de las comunidades afectadas. Para ellos, el término "minería verde, sustentable y responsable” es sólo un discurso que busca enmascarar y promover la actividad minera.
Las negociaciones entre gobiernos y corporaciones privadas transnacionales ha implicado, según el movimiento, la pérdida de territorios y recursos naturales, además de acciones de imposición, represión y criminalización contra las comunidades afectadas por proyectos mineros de explotación, sobresaliendo la seguridad de los inversores en vez de la protección de la vida y de los derechos humanos.
En un pronunciamiento, el movimiento denunció la utilización de legislaciones y programas de gobierno para atraer inversión extranjera donde, en este medio, la extracción minera explota, contamina el agua, degrada el medio ambiente y promueve la pérdida de la calidad de producción de los suelos, con amparo de leyes que favorecen la impunidad de esas actividades en contra de la soberanía alimentaria y cultural de los pueblos. Ellos también criticaron las reformas de las leyes mineras que violan el derecho internacional como la consulta popular y el consentimiento libre, previo e informado de los pueblos.
Para el movimiento, los privilegios fiscales concedidos a través de reformas fiscales para la actividad minera, alimentan la "falsa idea de desarrollo minero” a cambio de "limosnas” llamadas "regalías”, que nunca remediarán los impactos y daños causados por la explotación. "En contraste con los tamaños de los llamados ‘beneficios’ económicos del modelo extractivo minero depredador, hoy podemos afirmar que los costos de los daños ambientales provocados por la minería trasnacional y trasnacionalizada superan en mucho los llamados beneficios y amenazan con crecer y volverse irreversibles”, se alerta en el documento.
En virtud de esta situación, el movimiento Mesoamericano contra el Modelo Extractivo Minero exige a los gobiernos la abolición de las leyes de minería que afectan sus territorios, el respeto a la autodeterminación y a la soberanía de los pueblos, la no criminalización de la lucha por la defensa de la Madre Naturaleza y que divulguen con transparencia la información sobre las concesiones. Además, exigen el cumplimiento del derecho de los pueblos indígenas y de la consulta previa y ciudadana, de acuerdo con el convenio internacional 169 de la Organización Internacional del Trabajo (OIT).
"Reiteramos que en nuestros pueblos tenemos y reconstruimos modos de vida diferentes a la lógica y efectos del modelo extractivo minero depredador. Exigimos y luchamos por el respeto a esos modos de vida y por políticas públicas que respondan, promuevan y faciliten la construcción, ampliación y fortalecimiento de esos modos de vida vinculados con los genuinos intereses de nuestros pueblos y de la naturaleza”, finaliza.
Adital, 15/04/2013