Benvenuti nel blog “Orizzonte Guatemala”! Siamo un gruppo di amici del Guatemala e con questo strumento di comunicazione e condivisione vogliamo contribuire a fare conoscere l’attualità di questo bellissimo paese, al quale ci legano vincoli di amicizia e di solidarietà con tanti amici guatemaltechi.


martedì 29 ottobre 2013

797 - DITTATORE GUATEMALTECO PUÒ ESSERE AMNISTIATO PER I CRIMINI DI GENOCIDIO

Il dittatore José Efraín Ríos Montt, che governò il Guatemala negli anni 1982-1983 ed è stato condannato per genocidio e crimini di guerra, può potrebbe essere libero delle accuse. Questo perché la Corte costituzionale ha sostenuto, mercoledì 24 ottobre, la retroattività della amnistia generale adottata nel paese nel 1986, creando un precedente per la liberazione del generale di 87 anni. La notizia ha suscitato critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani all'interno e all'esterno del paese. Amnesty International (AI) afferma che una eventuale amnistia Rios Montt sarebbe una "farsa giudiziaria". In un comunicato, Sebastian Elgueta, ricercatore per il Guatemala di AI, avverte: "Questo nuovo sviluppo è allarmante. Se confermato, il paese avrà regredito diversi decenni. L’amnistia non può mai essere applicata al genocidio e ai crimini contro l'umanità", dice, aggiungendo che della decisione beneficeranno anche gli altri condannati per sparizioni forzate, violenze sessuali, torture e omicidi.
In questo contesto, la Federazione Internazionale dei Diritti Umani (FIDH) sta chiedendo ai parlamenti dei 28 Stati membri dell'UE di non ratificare l' Accordo di associazione UE - America centrale. In una dichiarazione, la FIDH esprime la sua costernazione per la decisione e mette in discussione l'indipendenza e l'imparzialità della Corte Costituzionale.
La Fondazione Rigoberta Menchú si è espressa chiedendo cautela e allertando in modo che non ci sia un errore di interpretazione delle informazioni rese dalla Corte costituzionale. Anche così, chiede alla società guatemalteca di essere vigile su possibili manovre della Corte e per affermare che tutte le persone siano giudicate nel rispetto della Costituzione e del diritto internazionale, in modo che i reati di ogni genere non rimangano impuniti.
E’ necessario ricordare che la Corte ha concesso l'amnistia, ma ha chiesto al giudice del Tribunal de Mayor Riesgo A, Patricia Flores, di emettere una risoluzione chiedendo perché accetta la richiesta di cancellazione della pena da parte della difesa del militare. Le critiche risiedono nel fatto che, al momento di valutare le argomentazioni della difesa, esiste la possibilità di amnistia al dittatore.
L'articolo 8 della Legge di Riconciliazione Nazionale del 1996, che prevede l'amnistia per i reati politici commessi durante il conflitto armato interno, limita il campo di applicazione di tale beneficio, in modo che rimanga chiaro che "l'estinzione della responsabilità penale alla quale si riferisce la legge non si applica ai crimini di genocidio, tortura e sparizione forzata, così come dei delitti che siano imprescrittibili, o prevedano l’estinzione della responsabilità penale ai sensi del diritto nazionale con i trattati internazionali ratificati dal Guatemala".
Rios Montt ha governato il Guatemala dal 23 marzo 1982 al 8 agosto 1983. In quel breve periodo fu intensa la repressione militare contro l’etnia indigena Ixil, che rappresenta uno dei più piccoli gruppi di sopravvissuti Maya del paese. Si stima che in quasi un anno e mezzo di governo complessivo, 1.771 indigeni sono stati uccisi.
Il dittatore è stato condannato nel maggio di quest'anno a 80 anni di carcere. Tuttavia, 10 giorni dopo, la sentenza è stata ribaltata dalla Corte costituzionale per vizi di forma, per questo motivo, il processo è stato riaperto. Rios Montt è oggi agli arresti domiciliari in attesa del risultato del suo processo. Un nuovo processo avrà inizio nel mese di aprile 2014.
Adital, 25/10/2013

796 - DICTADOR GUATEMALTECO PUEDE SER AMNISTIADO POR DELITOS DE GENOCIDIO

El dictador José Efraín Ríos Montt, que gobernó Guatemala entre 1982 y 1983 y que fue condenado por genocidio y delitos de guerra, puede estar cerca de quedar libre de las acusaciones. Esto porque la Corte Constitucional apoyó, el último miércoles, 24 de octubre, la retroactividad de la amnistía general adoptada en el país en 1986, lo que abre precedente para la liberación del general de 87 años. La noticia generó críticas de parte de organizaciones de derechos humanos de dentro y fuera del país.
Amnistía Internacional (AI) afirma que una eventual amnistía de Ríos Montt sería una "farsa judicial”. En un comunicado, Sebastián Elgueta, investigador para Guatemala de AI, alerta: "Esta nueva evolución es alarmante. Si se confirma, el país habrá retrocedido varias décadas. Las amnistías nunca pueden ser aplicadas al genocidio y a los delitos contra la humanidad”, manifiesta, agregando que la decisión beneficiará también a otros condenados por desapariciones forzadas, violencia sexual, tortura y asesinatos.
En ese contexto, la Federación Internacional de Derechos Humanos (FIDH) está solicitando a los parlamentos de los 28 Estados de la Unión Europea que no ratifiquen el Acuerdo de Asociación Unión Europea - América Central. En un comunicado, la FIDH manifiesta su consternación ante la decisión judicial y cuestiona la independencia e imparcialidad de la Corte Constitucional.
La Fundación Rigoberta Menchú también se manifestó pidiendo cautela y alertando para que no haya una interpretación equivocada de la información divulgada por la Corte Constitucional. Aún así, pide a la sociedad guatemalteca que se mantenga alerta sobre las posibles maniobras de la Corte y para que reivindique que todas las personas sean juzgadas respetándose la Constitución Política y el derecho internacional, para que delitos de cualquier naturaleza no queden impunes.
Cabe recordar que la Corte no concedió la amnistía, pero pidió a la jueza de Mayor Riesgo "A”, Patricia Flores, que emita una resolución fundamentando por qué acepta el pedido de anulación de pena realizado por la defensa del militar. Las críticas residen en el hecho de que, al evaluarse los argumentos de la defensa, existe la posibilidad de amnistía al dictador.
El artículo 8 de la Ley de Reconciliación Nacional, de 1996, en que se prevé la amnistía para delitos políticos cometidos durante el conflicto armado interno, limita el alcance de ese beneficio, de modo que deja en claro que "la extinción de la responsabilidad penal a que se refiere la ley no será aplicable a los delitos de genocidio, tortura y desaparición forzada, así como a los delitos que sean imprescriptibles o que no admitan la extinción de responsabilidad penal de conformidad con el derecho interno a los tratados internacionales ratificados por Guatemala”.
Ríos Montt gobernó Guatemala del 23 de marzo de 1982 al 8 de agosto de 1983. En ese corto período, la represión militar fue intensa en contra de comunidades indígenas ixiles, etnia que representa uno de los menores grupos maya sobrevivientes del país. Se estima que, en este casi año y medio de gobierno del general, 1.771 indígenas fueron asesinados.
El dictador fue condenado en mayo de este año a 80 años de prisión. Sin embargo, 10 días después, la decisión judicial fue anulada por la Corte Constitucional por errores de procedimiento, que por ese motivo, el proceso volvió a abrirse. Ríos Montt se encuentra hoy con prisión domiciliaria esperando el resultado de su proceso judicial. Un nuevo juicio va a comenzar en abril de 2014.
Adital, 25/10/013

lunedì 28 ottobre 2013

795 - MONS. RAMAZZINI SULLE SOCIETÀ MINERARIE STRANIERE

Le società minerarie, principalmente canadesi, che sfruttano l'oro, l'argento e altri metalli in Guatemala e in Messico, "non solo lasciano soltanto le briciole, ma stanno generando conflitti sociali, e poi, in aggiunta, distruggono l'ambiente". E’ quanto afferma il Vescovo di Huehuetenango, in Guatemala, Sua Ecc. Mons. Alvaro Leonel Ramazzini Imeri. In una nota pervenuta all’Agenzia Fides, il Vescovo sottolinea che "per mantenere la pace sarebbe sufficiente fermare lo sfruttamento delle miniere in Guatemala", dove attualmente quattro miniere estraggono metalli, ma è noto che più di 168 lavorano senza autorizzazione.
"In Guatemala si assiste da più di otto anni ad una lotta per i cambiamenti nella legge mineraria. Ci sono gruppi contrari all'estrazione… Noi proponiamo una riforma profonda che davvero chiuda l'attività del settore estrattivo" ha detto il Vescovo parlando anche a nome della comunità locale. Quindi ha ribadito: "è sempre meglio consultare la popolazione circa l'attività mineraria. Per esempio a Huehuetenango, confinante con il Chiapas, praticamente tutta la popolazione non vuole questo tipo di attività mineraria, e dei 32 comuni, 30 sono contrari".
Mons.Ramazzini Imeri ha denunciato inoltre che queste compagnie minerarie "producono solo mali per l'impatto ambientale: lo spreco dell'acqua nelle zone dove scarseggia, l'uso di cianuro che va a finire nei fiumi. Alla fine poi non ci sono neanche vantaggi economici per il paese". Anche le aziende canadesi rappresentano "un generatore di conflitto sociale, poiché non rimane niente della ricchezza che dicono di lasciare alle comunità: infatti dell'1 per cento che devono pagare secondo la legge, lo 0,5 per cento va al comune e l'altro 0,5 al governo centrale".
Agenzia Fides, 23/10/2013

794 - MONS. RAMAZZINI SOBRE LAS EMPRESAS MINERAS EXTRANJERAS

Las empresas mineras, principalmente canadienses que explotan oro, plata y otros mentales en Guatemala y en México “no sólo dejan migajas sino que son generadoras de conflictos sociales, además de que destruyen el medio ambiente”. Es lo afirmado por el obispo de Huehuetenango, en Guatemala, Su Exc. Mons. Alvaro Leonel Ramazzini Imeri. En una nota recibida en la Agencia Fides, el obispo subraya que “para mantener la paz sería suficiente que paremos la explotación de minas en Guatemala”, donde actualmente se extraen metales de cuatro minas pero se sabe que trabajar por lo menos 168 más sin autorización.
“En Guatemala se asiste a una lucha desde hace más de ocho años para lograr cambios en la Ley de Minería. Hay muchos grupos en contra de la extracción... Nosotros proponemos hacer una reforma profunda que realmente cierre las actividades de industria de extracción” ha dicho el obispo hablando también en nombre de la comunidad local. Luego ha añadido: “lo ideal es que se consulte a los pueblos” acerca de la explotación minera porque por ejemplo en Huehuetenango, departamento colindante con Chiapas, prácticamente “todas las poblaciones no quieren ya minería; de los 32 municipios, 30 se oponen”.
Mons. Ramazzini Imeri ha denunciado además que las empresas que explotan minas “generan muchos males por el impacto ambiental: el uso del agua en países donde comienza a escasear, el uso del cianuro y conflictividad, además de que dejan poquísimas ventajas económicas”. Además las compañías canadienses “son un generador de conflictividad social, porque no dejan nada de riqueza para las comunidades: porque del 1 por ciento de lo que deben pagar según la ley, el 0.5 por ciento va al ayuntamiento y el otro 0.5 al gobierno central”.
Agencia Fides, 23/10/2013

793 - MGR. RAMAZZINI ON FOREIGN MINING COMPANIES

The mining companies, mostly Canadian, which exploit the gold, silver and other metals in Guatemala and Mexico, "not only leave crumbs, but are generating social conflicts, and then, in addition, destroy the environment". This is what the Bishop of Huehuetenango, Guatemala, His Exc. Mgr. Alvaro Leonel Ramazzini Imeri said. In a note sent to Fides Agency, the Bishop points out that "in order to maintain peace it would be enough to stop the exploitation of mines in Guatemala", where currently four mines extract metals, but it is known that more than 168 work without permission.
"For eight years there has been a struggle for changes in the mining laws in Guatemala. There are groups opposed to the extraction ... We propose a radical reform that closes the mining sector activity", said the Bishop speaking also on behalf of the local community. Then he reiterated: "It is always best to consult the population about the mining activity. For example, in Huehuetenango, bordering Chiapas, virtually the entire population does not want this type of mining, and out of 32 municipalities, 30 are opposed".
Msg. Ramazzini Imeri also denounced that these mining companies "have a negative environmental impact: the waste of water in areas where it is scarce, the use of cyanide which ends up in the rivers. There are no economic benefits for the country". Canadian companies also represent "a generator of social conflict, since there is nothing left of the wealth they say they leave to the community: in fact out of the 1 per cent they have to pay according to the law, 0.5 percent goes to the municipality and the another 0.5 to the central government".
Agenzia Fides 23/10/2013

domenica 29 settembre 2013

792 - DON ÁLVARO, UN VESCOVO «INCARNATO» NEL SUO POPOLO

Un Paese in movimento il Guatemala. Miseria e interminabili decenni di guerra hanno costretto gli abitanti a un "moto perenne" per la sopravvivenza. Gli accordi di pace non hanno arrestato la marcia dei nativi, condannati dall’isolamento dei loro poveri villaggi a spostarsi. Sulla strada dissestata per Santa Lucia Talux, alle 11 di quel giorno afoso del 989 si incrociano i destini di due uomini. Uno è un vescovo viandante: zaino in spalla vuole percorrere l’intera regione per incontrare tutte le comunità, anche le più sperdute. L’altro è un contadino senza nome. Il primo si ferma per chiedergli indicazioni. Nota il fagotto che porta con sé e chiede cosa contenga. L’indigeno svolge il panno colorato. Dentro c’è una neonata. Ha il morbillo e deve portarla all’ospedale a Tajamulco, a ore di distanza. Uno sforzo ormai inutile, si accorge il vescovo: la bimba è morta. È questo l’ingresso di Álvaro Leonel Ramazzini Imeri, allora 41 enne, nella diocesi che avrebbe guidato per 23 anni: San Marcos, nel nord-ovest. Da allora, l’opzione per i poveri, gli "scarti umani" di un sistema sociale crudele e arcaico diventa la sua «seconda pelle». «Credo che raggiungere l’empatia con la gente presupponga un contatto personale, disponibilità e apertura anche per capire e cercare di vivere nella propria carne quello che la gente soffre», spiega "monseñor" agli autori di questo libro, Daniela Sangalli e Aldo Corradi, che racconta la storia personale e pastorale di un vescovo che vive una fede incarnata nelle vicende del suo popolo.
Come scrive nella prefazione Alberto Vitali, che dall’Italia segue e accompagna da anni l’azione di Ramazzini, di lui «si può dire quanto vale per altri grandi vescovi latinoamericani: lo si può intendere solo a condizione di non estrapolarne la figura dalla situazione concreta del suo popolo». L’essenza del ministero di don Álvaro sta in una confessione: «Ho iniziato a sentire nel cuore il dolore delle famiglie, dei loro problemi, dei bambini che tagliano il caffè sotto la pioggia». Sentire il dolore, penetrarlo per portarvi dentro una goccia di speranza, anche ora nella diocesi di Huehuetenango. Esponente della Commissione che ha redatto gli accordi di pace del 1996, in prima linea per la difesa dei migranti come presidente della Pastorale della mobilità della Conferenza episcopale, voce instancabile contro il narcotraffico e le multinazionali minerarie che devastano il territorio, sono tantissime le vicende che l’hanno visto protagonista. Ramazzini non si tira mai indietro quando si tratta di testimoniare la "Buona Novella". E di proteggere i troppi dimenticati del Guatemala che la Chiesa gli ha affidato. Le costanti minacce di morte, i lunghi anni sotto scorta, i complotti per ucciderlo, le false notizie diffuse per screditarlo non l’hanno mai fatto arretrare di un passo. Don Álvaro continua a camminare. Fedele al sogno affermato nella sua prima omelia a Huehuetenango: «Che nessuno sia lasciato indietro, che tutti andiamo avanti come un popolo che vuole veramente un avvenire differente per la generazione futura»
Lucia Capuzzi, Avvenire, 28/09/2013

D.Sangalli-A.Corradi
IN CAMMINO CON I MIEI POVERI. Monsignor Ramazzini: un vescovo in Guatemala
Paoline. Pagine 172. Euro 12,50

giovedì 19 settembre 2013

791 - RIGOBERTA MENCHÚ NON ESCLUDE NUOVA CANDIDATURA A PRESIDENTE DEL GUATEMALA

Prima donna indigena a ricevere il Premio Nobel per la Pace nel 1992, la guatemalteca Rigoberta Menchú Tum , non conferma né nega che possa ancora essere candidata per la presidenza del suo paese. 
In un'intervista al quotidiano argentino Página 12, in occasione della sua partecipazione al Forum internazionale per i diritti delle donne, svoltosi la scorsa settimana a Buenos Aires, alla domanda su una possibile candidatura, ha sottolineato solo l'importanza dei suoi due tentativi , nel 2007 e nel 2011 , per aprire lo spazio per le donne in politica.
"Quello che ho sempre fatto nella vita è stato aprire un varco e io sono completamente soddisfatta di aver aperto una porta per le donne in Guatemala , non importa la loro appartenenza etnica o istruzione superiore . Quando mi sono candidata per la presidenza nel 2007, nessuna donna era disposta , non c’erano nemmeno candidate a sindaco, il massimo che una donna poteva aspirare era di essere candidata deputata, ma in genere sono state collocate nelle liste in posizioni secondarie, senza alcuna possibilità di essere elette. Allora, con molta umiltà, in una campagna elettorale diseguale , con un partito appena nato , senza strutture né risorse”, ha detto la attivista dei diritti umani . Nelle due candidature , ha ricevuto poco più del 3 % dei voti .
Rigoberta ha fondato insieme al marito, il partito Winaq, con il quale si è candidata la seconda volta. Nel 2007, è stata candidata per un ampio fronte chiamato Encuentro por Guatemala . Secondo lei , Winaq interrompe la dicotomia sinistra / destra e punta verso direzioni diverse , puntando su equità etnica, di genere, generazionale, e per la propria organizzazione. "Facciamo una campagna non comperata né venduta, nella quale le persone hanno fiducia".
In poco più di due anni di esistenza , il Winaq ha già rappresentanza al Congresso. Attualmente , Rigoberta si occupa delle relazioni internazionali del partito, che lavora sui temi della trasparenza, della lotta contro l'impunità e, soprattutto, la questione fiscale: " l'impunità nella corruzione nella gestione delle risorse pubbliche , il monitoraggio e tutoraggio dei popoli indigeni a non cadere nella corruzione , perché molte delle nostre istanze Maya, essendo intoccabili , permettono di agire così ... A volte , vi è una certa complicità, allora abbiamo deciso di interrompere con quel circolo vizioso”.
L’indigena di origine Maya, il cui padre , Vicente Menchú Perez era un militante contadino, e la madre , Juana Tum Kotoja , un'ostetrica popolare nella comunità di El Quiché , in Uspatán , dice che vorrebbe scrivere libri che presentano le sue memorie , i fondamenti etici della lotta indigena e antichi insegnamenti del suo popolo. A metà degli anni 1980, Elisabeth Burgos ha scritto, basato su interviste a Rigoberta , il libro autobiografico "Mi chiamo Rigoberta Menchu e così è nata la mia coscienza”. La popolarità del libro le avrebbe facilitato l’assegnazione del Nobel e alcune domande su la veridicità delle storie. La situazione economica e la militanza sociale della sua famiglia sarebbero state modificate per dare un quadro di povertà che non corrispondeva con la verità.
La verità è che Rigoberta ha perso il padre e la madre, che sono stati uccisi durante la guerra civile del Guatemala, che è durato 36 anni (1960-1996), e due dei suoi fratelli sono ancora dispersi . Nel 1980, andò in esilio in Messico, dove ha condotto la sua lotta per i diritti umani. Lei crede che la più grande eredità lasciata da lei e da altri attivisti hanno portato alla fine del conflitto armato interno . Tuttavia, è ancora necessario recuperare la dignità delle persone, vittime di abusi violenze . "Allora, la dignità di tutti noi, la verità delle vittime e di tutti i guatemaltechi , è una fase molto difficile. L'impunità continua anche oggi . Non credo che questa situazione duri pochi decenni, perché i figli di coloro che hanno commesso il genocidio non hanno intenzione di ammetterlo".
Rigoberta spera che i guatemaltechi si assumano le loro responsabilità individuali al momento del voto.
Adital , 18/09/2013

790 - RIGOBERTA MENCHÚ NO DESCARTA NUEVA CANDIDATURA A LA PRESIDENCIA DE GUATEMALA

Primera mujer indígena en recibir el Premio Nobel de la Paz, en 1992, la guatemalteca Rigoberta Menchú Tum, no confirma ni niega que pueda volver a ser candidata a la Presidencia de la República de su país. En entrevista con el diario argentino Página 12, debido a su participación en el Forum Internacional por los Derechos de las Mujeres, realizado la última semana en Buenos Aires, cuando se le preguntó sobre una posible candidatura, ella sólo destacó la importancia de sus dos intentos, en 2007 y 2011, para abrir el espacio de las mujeres a la política.
"Lo que siempre hice en la vida fue abrir una brecha y estoy completamente satisfecha en haber abierto una puerta para las mujeres en Guatemala, no importa su etnia ni su educación elevada. Cuando yo me lancé a la candidatura presidencial, en 2007, ninguna mujer estaba dispuesta, ni siquiera había candidatas a alcaldes, lo máximo que una mujer podía aspirar era ser candidata a diputada, pero normalmente eran colocadas en las listas en lugares inferiores sin posibilidades. Entonces, salimos con mucha humildad, en una campaña desigual, con un partido recién nacido, sin estructuras, ni recursos”, observó la activista por los derechos humanos. En los dos intentos, ella recibió poco más del 3% de los votos.
Rigoberta fundó conjuntamente con su marido, el partido Winaq, con el que disputó su segunda elección. En 2007, fue candidata por un frente amplio llamado Encuentro por Guatemala. Según ella, el Winaq rompe con la dicotomía izquierda/ derecha y se lanza en direcciones diversas, apuntando a la equidad étnica, de género, generacional y hacia una organización propia. "Hacemos una campaña no comprada, ni vendida, en la que las personas confíen”.
En poco más de dos años de fundación, el Winaq ya tiene representación en el Congreso. Actualmente, Rigoberta ocupa la función de relaciones internacionales del partido, que trabaja sobre temas como la transparencia, el combate a la impunidad y, sobre todo, la cuestión fiscal: "la impunidad en la corrupción en el manejo de los recursos públicos; la vigilancia y la asesoría de los pueblos indígenas para que tampoco caigan en la corrupción, porque muchas de nuestras instancias mayas, por ser intocables, permiten actuar así... A veces, hay cierta complicidad, entonces, decidimos romper con esos círculos”.
La indígena de ascendencia maya, cuyo padre, Vicente Menchú Pérez, fue un militante campesino, y la madre, Juana Tum Kótoja, una conocida partera en la comunidad El Quiché, en Uspatán, afirma que le gustaría escribir libros que den cuenta de sus memorias, los fundamentos éticos de la lucha indígena y también las enseñanzas ancestrales de su pueblo. A mediados de la década de 1980, Elisabeth Burgos escribió, a partir de entrevistas con Rigoberta, el libro autobiográfico "Me llamo Rigoberta Menchú y así me nació la conciencia”. La popularidad del libro le habría facilitado el acceso al Nobel y algunos cuestionamientos sobre la veracidad de los relatos. La situación económica y la militancia social de su familia habrían sido alteradas para dar una imagen de pobreza que no condecía con la verdad.
La verdad es que Rigoberta perdió a su padre y madre, que fueron asesinados durante la guerra civil de Guatemala, que duró 36 años, de 1960 a 1996, y dos de sus hermanos continúan desaparecidos. En los años 1980, tuvo que exiliarse en México, desde donde condujo su lucha por los derechos humanos. Ella cree que el mayor legado dejado por ella y otros activistas permitió el fin del conflicto armado interno. Sin embargo, todavía es preciso recuperar la dignidad de las personas, de las víctimas de abuso de violencias. "Entonces, la dignificación de todos nosotros, por la verdad de las víctimas y de todos los guatemaltecos, es una etapa muy difícil. Inclusive hoy la impunidad continúa. No creo que esta situación dure pocas décadas, porque los hijos de los perpetuadores del genocidio nunca van a reconocerlo”.
Rigoberta espera que los guatemaltecos asuman su responsabilidad individual a la hora de votar.
Adital, 18/09/2013

giovedì 22 agosto 2013

789 - CEG HA MOSTRATO PREOCCUPAZIONE PER L'ESCALATION DI VIOLENZA

La Conferenza Episcopale del Guatemala (CEG) ha espresso preoccupazione per la crescente violenza che colpisce il Paese e perché i cittadini "a poco a poco pericolosamente si rassegnano" ad accettare come normale ". E ' dovere di tutte le persone non perdere il senso del rispetto per la vita. Ci stiamo abituando alle 17 morti violente al giorno, senza dire niente, e la cosa peggiore è l'indifferenza", ha spiegato Rodolfo Valenzuela, presidente della CEG, in una conferenza stampa, dopo aver reso pubblica lettera pastorale dei vescovi del Guatemala, in occasione della celebrazione dell'Anno della Fede.
Il sacerdote ha aggiunto che è dovere di tutta la società lottare per la sicurezza e richiedere alle autorità "di mantenere le promesse".
Valenzuela era anche preoccupato per gli alti livelli di corruzione nel paese, e ha detto che questa non è diffusa solo nelle istituzioni governative, ma anche nelle imprese private e tra i cittadini "comuni".
"Abbiamo bisogno di fare una riflessione perchè i cambiamenti devono venire anche dal basso. Anche il guatemalteco comune sistemare le cose con una butarella, invece di rispettare la legge ", ha spiegato Valenzuela.
Centro de Estudios de Guatemala, 7-13 agosto 2013

788 - CEG MOSTRO PREOCUPACIÓN POR CRECIENTE VIOLENCIA

La Conferencia Episcopal de Guatemala (CEG) mostró preocupación por la creciente violencia que afecta al país y porque los ciudadanos “poco a poco se resignan peligrosamente” a aceptarla como normal. “Es tarea de todo el pueblo no perder el sentido del respeto a la vida. Nos vamos acostumbrando a los 17 muertos diarios violentamente, sin decir nada, y lo peor es la indiferencia”, expuso Rodolfo Valenzuela, presidente de la CEG, en conferencia de prensa, después de dar a conocer la carta pastoral de los obispos de Guatemala, en ocasión de la celebración del Año de la Fe.
El religioso agregó que corresponde a la sociedad entera luchar por la seguridad y exigir a las autoridades “que cumplan con lo que prometieron”.
Valenzuela también mostró preocupación por los altos índices de corrupción en el país, y dijo que esta no se da solo en las instituciones gubernamentales, sino también en las empresas privadas y entre los ciudadanos “de a pie”.
“Es necesario hacer una reflexión para que los cambios vengan también desde abajo. También el guatemalteco de a pie arregla las cosas con una mordida o con un sobrecito, en vez de respetar la Ley”, expuso Valenzuela.
Centro de Estudios de Guatemala, 7-13 agosto 2013